Le nostre città sono a rischio. Non nella loro dimensione architettonica o amministrativa e nemmeno nella loro concezione spirituale di luogo di opportunità, scambio e conoscenza. Le città sono a rischio perché stanno diventando un ecosistema invivibile, un ambiente inospitale in cui la vita come la conosciamo rischia di diventare un ricordo lontano. E’ un paradosso, considerando che c’è in atto un movimento globale, una sorta di coscienza e di subcoscienza collettiva che ci sta facendo muovere in massa, anche più di quanto non sia successo nel resto della storia delle nostre civiltà, verso le aree urbane.
Qui a breve vivrà il 70% della popolazione globale e lo farà in virtù di alcune caratteristiche connaturate all’ambiente urbano: presenza di servizi, opportunità di lavoro, accesso alle risorse. Ma ciò di cui non ci stiamo rendendo conto, o perlomeno di cui stiamo ignorando inconsciamente l’impatto (ancora un fenomeno psicologico tipico dell’individuo, ma che ben si adatta alla collettività: la negazione) è che ci stiamo muovendo come falene verso la luce di un fuoco. E come falene che si avvicinano a un fuoco rischiamo di “bruciare” nelle temperature infernali delle nostre città. Chiunque sia abituato a vivere nel clima temperato europeo e di gran parte del nostro emisfero si sarà reso conto della riduzione della propria zona abitabile sia rispetto al tempo, ossia il numero di mesi e di ore giornaliere in cui la temperatura è troppo alta per poter camminare, mangiare all’aperto, fare shopping o prendere i trasporti pubblici, sia rispetto allo spazio in riferimento alle aree specifiche della propria città che presentano temperature ai limiti della vivibilità e quindi all’estensione dello spazio fruibile. Il Climate Change fortunatamente gode oggi di una consapevolezza molto diffusa, dettata dall’evidenza incontrovertibile dei suoi effetti e ciò sta portando a crescente sensibilità politica e sociale, soprattutto in Europa e soprattutto tra i giovani. Movimenti come i Fridays For Future o iniziative come Youth4Climate testimoniano il crescente desiderio di advocacy da parte dei giovani, che tuttavia spesso sono anche la fascia che più si astiene nell’esercizio del voto democratico non garantendo quindi rappresentanza e forza politica a questa sensibilità. Stiamo oltretutto maturando una crescente attenzione alla modificazione di comportamenti che impattano negativamente sul clima come le pratiche circolari, la riduzione dello spreco o la diminuzione del consumo di carne (In Europa, il 51% dei consumatori ha affermato di avere ridotto il proprio consumo di carne nel 2023. Lo sostiene lo studio ‘Evolving Appetites’ pubblicato nel contesto del Progetto Smart Protein, condotto da ProVeg in collaborazione con Innova Market Insights, l’Università di Copenhagen (Danimarca) e l’Università di Ghent (Belgio). Il dato è in crescita: nel 2021, la percentuale era del 46%.)
Tutti questi elementi sono incoraggianti e senza dubbio importanti e tuttavia noi sappiamo che la soluzione ultima al climate change sarà tecnologica e non comportamentale. Nel momento in cui avremo tecnologie mature, efficienti e convenienti per rendere effettiva la transizione energetica, per produrre e per immagazzinare energia pulita, per alimentare in modo continuativo l’enorme domanda di energia dei nostri servizi digitali e dell’Intelligenza Artificiale (si, internet e l’intelligenza artificiale richiedono enormi quantità di energia), solo allora potremo imprimere un salto quantico alla lotta al cambiamento climatico. Come per rispondere ad una pandemia la tecnologia ci fornirà il vaccino a questa malattia. A differenza delle tremende vicende pandemiche che abbiamo vissuto in questi anni però, dobbiamo capire che la ricerca del vaccino richiederà ancora un po’ di tempo e che quindi dobbiamo costruire delle terapie, individuare dei farmaci, qualsiasi cosa che possa curare i sintomi prima ancora della causa.
Quando parliamo di città e della loro vivibilità tutto questo vuol dire una cosa su tutte: ridurre le isole di calore e farlo attraverso il verde pubblico. Negli ultimi anni, anche dal punto di vista urbanistico, ci si è concentrati molto sul trend delle Città dei 15 minuti, per portare nel raggio di 15 minuti ogni servizio pubblico. Senza dubbio vi sono degli elementi di ragione nel voler semplificare l’accesso ai servizi, ma dobbiamo riconoscere che su questo tema il digitale rappresenta già una soluzione per portare i servizi pubblici non solo entro 15 minuti dal luogo di residenza dei cittadini, ma addirittura renderli accessibili ovunque e in ogni momento: non una città dei 15 minuti, ma una città ubiqua. (per approfondire clicca qui).
La regola 3 – 30 -300
Abbiamo perso qualche anno di tempo nell’inseguire questo modello, ma ne abbiamo forse trovato uno decisamente più efficace e centrato rispetto alla priorità del problema climatico:La regola 3 – 30 – 300. Questa regola, ideata dal Professor Cecil Konijnendijk del Nature – Based Solutions Institute, mira a garantire il giusto accesso al verde per i residenti delle aree urbane ed è così descritta: ciascun abitante dovrebbe vedere almeno 3 alberi dalla propria casa, avere il 30% della superficie del proprio quartiere coperta da alberi e non dovrebbe mai trovarsi a più di 300 metri di distanza dallo spazio verde più vicino. Oltre agli evidenti effetti in termini di estetica e diritto al bello, questa regola ha un enorme valore dal punto di vista della riduzione delle isole di calore, che garantirebbe una riduzione media di quasi 0,5° gradi, una cifra che può apparire piccola ma che ha un impatto enorme. Naturalmente imprimere questo cambiamento non è né semplice, né immediato soprattutto in Paesi come l’Italia in cui ogni scelta urbanistica passa dal vaglio di sovrintendenze deputate a garantire la perfetta conservazione di luoghi concepiti e costruiti anche migliaia di anni fa. Si instaura quindi spesso una diatriba infinita e inconcludente che vede i Comuni battagliare con le sovrintendenze, con i cittadini esclusi dal processo e pronti a schierarsi con l’una o con l’altra fazione a seconda del proprio orientamento politico e da come questo si allinea a quello dell’amministrazione comunale che propone i cambiamenti. Ma una strada esiste.
LA TECNOLOGIA A SUPPORTO DEL CAMBIAMENTO: GOVERNANCE E PUBLIC CONSENSUS
Come si può evitare tutto questo? Nuove forme di governance e partecipazione civica possono essere la soluzione e la tecnologia ci consente di abbattere muri e smussare gli angoli, rendendo realmente accessibile e inclusivo il processo di mutazione del territorio urbano e di conseguenza aumentare la forza, anche sul piano istituzionale, di scelte che sono essenziali e non più rimandabili.
Attraverso piattaforme digitali ai cittadini può essere illustrata la visione che anima determinate scelte, utilizzando i dati per facilitare la comprensione di tutti gli elementi e anticipando preoccupazioni e “pain point” attraverso un racconto che tenga insieme spinte ideali e numeri oggettivi. Ma ancora, attraverso strumenti di partecipazione interattiva, i cittadini possono diventare parte attiva della progettazione del “nuovo verde pubblico”, della medicina che tutti insieme dobbiamo dare alle nostre città. In quali aree immaginare nuovi alberi, nuovi parchi o aree a sfalcio ridotto, ma anche come coinvolgere le community locali, fino ad arrivare al pixel della singola strada, nella manutenzione di questi nuovi spazi verdi.
Tutto questo è fondamentale per il consenso pubblico che ne deriva e per garantire la volontà politica e finanziaria necessaria a dare continuità agli imponenti investimenti che servono per realizzare tutto questo. Quando riqualifichiamo uno spazio pubblico o rifacciamo una piazza o dismettiamo un vecchio edificio dobbiamo sostituirlo con del verde e dobbiamo coinvolgere i cittadini per formare la consapevolezza collettiva non solo dei benefici che questo comporta ma anche di una verità amara e non aggirabile: farlo ha un costo e il risparmio non è un’opzione.
Anche qui, il digitale può dare una i mano nell’abilitare nuove forme di governance e di ingaggio delle risorse private attraverso il coinvolgimento degli stakeholder privati nel sostegno anche economico alla realizzazione di questa visione e perché no attraverso il coinvolgimento diretto dei singoli cittadini grazie a strumenti come il crowdfunding, che fino ad oggi si è orientato soprattutto al tema della innovazione sociale, ma che attraverso una grande operazione di consensus building può essere dirottato anche sull’urgenza del verde urbano. Un’azione non più rimandabile per rendere le nostre città più attrattive, vivibili e fresche, adatte al tempo che viviamo e coerenti con la loro natura di casa di una civiltà come la nostra che è una civiltà soprattutto urbana.
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